ARCHIE BRONSON OUTFIT
il trio inglese torna con “Coconut”
il nuovo album targato Domino
e griffato da
Tim Goldsworthy (LCD Soundsystem e DFA)
venerdi 23 aprile 2010
sPAZIO211
presenta
ARCHIE BRONSON OUTFIT
(Uk, Domino)
opening:
PEGGY SUE
doors: h. 21.29
INGRESSO: euro 10

Giungono anche in Italia gli Archie Bronson Outfit, coinvolti in un tour europeo di presentazione del nuovo disco “Coconut” in uscita ancora una vola per Domino Records l’1 marzo e prodotto da Tim Goldsworthy (LCD Soundsystem, The Rapture, Hercules & Love Affair).
La band inglese debutta con un primo album, “Fur”, nel 2004, prodotta da Jamie “Hotel” Hince dei Kills, compagni di scuderia nella Domino Records.
“Fur” è uno splendido esempio di rock ‘n’ roll vintage, privo di fronzoli e con Neil Young nel dna. Il gruppo pubblica poi il secondo album, “Derdang Derdang”, nell’aprile del 2006, dopo averlo registrato a Nashville nell’estate del 2005 con la produzione di Jacquire King.
Il disco riceve in generale ottime recensioni, con le riviste Uncut, musicOMH.com e Mojo che gli assegnano una valutazione di quattro stelle su cinque. Sempre nel 2006, in estate, calcano la scena del prestigioso festival South by Southwest ad Austin, in Texas, e in dicembre Mojo vota “Derdang Derdang” quinto miglior album del 2006 nella loro usuale classifica annuale, piazzandolo prima di artisti come Cat Power e Sonic Youth. Nel 2007 gli Archie Bronson Outfit si aggiudicano anche il South Bank/Times Breakthrough Award. La band suona come una versione sporca e blues di Franz Ferdinand e Clinic, mischia dissolutezza, libertà di suono, riff ossessivi, voci sbilenche, ritmi ipnotici e psichedelici, tradizione r’n’r, il tutto in dolce assalto sonoro.
Se il punto di partenza degli Archie Bronson Outfit era rappresentato fino a ieri da un noise-blues deragliato e trapanante, a suon di graffi crampsiani e sevizie autoinflitte di marca Gun Club, nel nuovo album il marasma detritico e rigurgitante del trio tende per lo più a solidificarsi attorno a un’idea di psichedelia catatonica e farfugliata come in trance spersa e giaculante, puntellata da cadenze funk stortissime eppure subdolamente ammagliatrici.
Tutto intorno corre il cratere fumigante di un torrido blues satanico che scava e trivella le proprie voragini a spirale in una crosta spessa di rumore distorto beefheartiano e rottami sonori calcinati in una malta vischiosa e ribollente, in cui si scorgono schegge fossilizzate di esorcismi sabbathiani, residui industriali intossicanti e frantumi dei Fall e dei Birthday Party più batterici e infettivi.
un album di sicuro valore per una band sempre più profonda, libera e personale.
